19/05/2010
per le donne italiane
Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones
NATA FEMMINA
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle"belle ragazze albanesi". In visita a Tirana, durante l'incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".
"Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana.
Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.
Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri.
E' solo allora -tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così,per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre,affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora,non avrebbe che da guadagnarci.
Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi
Merid
08:35 Scritto da: accettapensieri in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
17/05/2010
gli equites singulares a centocelle
Equites Singulares Augusti
Storia
Domiziano, si recò nell'83 d.C. sulla frontiera germanica per combattere i chatti, dovette decidere in quella occasione la ricostituzione di un regolare contingente di guardie del corpo, cui fu dato il nome di equites singulares augusti, "i cavalieri scelti dell'imperatore".
Che proprio a Domiziano si debba ricondurre la formazione del nuovo corpo lo testimonia una stele sepolcrale di un eques singularis, rinvenuta a Magonza. Il defunto, Flavius Proculus, nato a Filadelfia di Siria (l'odierna Amman), è ritratto nella pietra come un cavaliere lanciato al galoppo e in atto di scagliare una freccia: il luogo di ritrovamento, il nome gentilizio Flavius, la tipologia della stele e l'estrazione etnica del soldato concorrono a situare con pochissimi dubbi proprio agli anni della spedizione germanica di Domiziano la realizzazione della stele stessa e quindi, conseguentemente, l'istituzione della nuova milizia.
Gli Equites singulares Augusti, dunque erano una scorta a cavallo di mille uomini che accompagnavano in battaglia gli imperatori e a Roma ne garantivano la sicurezza.
Traiano confermò e anzi consolidò ulteriormente l'istituzione degli equites singulares, ma variò consistentemente sia l'origine geografica dei suoi componenti - attingendo in prevalenza soprattutto dai migliori cavalieri delle truppe ausiliarie della Germania Inferiore e ricorrendo, successivamente, anche alle truppe di Britannia, Gallia, Norico, Rezia e Pannonia - sia l'organico del reparto, strutturandolo come un numerus di cavalleria leggera tradizionale - il cui armamento era contraddistinto da una cotta di maglia di ferro, spada lunga a due tagli e scudo ovale. Inoltre, per acquartierare nell'Urbe questa non trascurabile forza, Traiano fece edificare una caserma sulle pendici nord del Celio, la cui pianta è però a tutt'oggi sconosciuta. Da allora, i membri della nuova forza di sicurezza dell'imperatore furono sempre al suo fianco, sia nei periodi di pace a Roma, sia in guerra su ogni fronte, come testimoniano per esempio i rilievi della Colonna Traiana nella scena LXXXIX e della Colonna Aureliana, nella scena LXXIV, fra le cui schiere scolpite gli studiosi hanno individuato elementi degli equites singulares.
Con l'avvento al trono di Settimio Severo (193 d.C.) si registrano due importanti cambiamenti nell'organico del reparto: il raddoppiamento della forza, provvedimento inquadrabile in un più ampio progetto di rafforzamento generale delle varie truppe a presidio dell'Urbe voluto dal nuovo imperatore, e il radicale cambiamento della composizione etnica dei cavalleggeri.
Per ciò che concerne il primo punto, l'aumento da 1000 a 2000 uomini non fu risolto con un semplice accrescimento degli effettivi all'interno dello stesso numerus: si ricorse, infatti, alla creazione di un nuovo reparto, gemello ma assolutamente autonomo. Conseguenza necessaria fu la costruzione di un secondo accasermamento, che venne edificato presso l'attuale San Giovanni in Laterano (resti delle antiche strutture ed iscrizioni sono stati ritrovati sotto la cosiddetta Scala Santa) e che prese il nome di Castra Nova, differenziandolo così dal precedente, chiamato da allora Castra Vetera. I notevoli resti ancora visibili sotto la navata centrale della basilica di San Giovanni in Laterano, riguardano la zona centrale del castrum ed esattamente la zona del Praetorium, cioè l'area del comandante della caserma, disposta attorno ad un cortile rettangolare di 15 m. x 21,50, porticato su pilastri con architravi. Sull'altro lato è stata sta l'area del Sacrarium, dedicata ai tempietti col culto e le statue dei vari Dei, mentre sugli altri lati dovevano essere gli ambienti per gli ufficiali. Il dormitorio dei soldati, con le camere disposte su due livelli e tra loro parallele, coperte da volte a crociera, si trovava sotto l'attuale transetto della basilica.
Quando l'imperatore Costantino sposò nel 307 la sua seconda moglie, Fausta, figlia dell'ex-imperatore Massimiano e sorella dell'usurpatore Massenzio, infelice moglie dell’imperatore che la fece affogare nel bagno, i terreni e i beni dei Laterani vennero in suo possesso. La residenza nota, a quell'epoca, con il nome di Domus Faustae, in quanto unica erede della famiglia, e Costantino ne dispose come proprietà personale quando vinse Massenzio alla battaglia di Ponte Milvio, nel 312.
Il cambiamento del reclutamento su base geografica, invece, vide il brusco ridimensionamento dei coscritti provenienti da Germania, Britannia e Gallia (il 29 per cento del totale prima del 193 d.C. contro il 12 per cento dopo tale data) e da Rezia e Norico (il 27 per cento contro il 13 per cento) e l'impennata di quelli provenienti dalla Pannonia (il 22 per cento contro il 35 per cento) e da Tracia e Dacia (il 13 per cento contro il 35 per cento). Per tutto il III secolo, comunque, gli equites singulares continuarono a svolgere la loro funzione di guardia personale dell'imperatore, attraversando indenni guerre civili e colpi di Stato, ma l'inizio del IV secolo fu per loro fatale: nella cruenta contrapposizione fra Costantino e Massenzio i reparti della guardia, insieme ai pretoriani, presero le parti di quest ultimo, strenuo difensore del paganesimo. Sconfitto nella battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.), Massenzio trascinò nei gorghi anche gli equites singulares. Desideroso di rompere col passato, Costantino abolì la milizia, affidando la propria sicurezza ad altri reparti non compromessi col passato regime.
Struttura
Per poter diventare Equites Singulares occorreva aver maturato un' esperienza di almeno cinque anni negli altri reparti dell'esercito, il servizio durava complessivamente venticinque anni. Con il reclutamento i soldati ottenevano automaticamente la cittadinanza romana e il nome dell'imperatore regnante, con tutti i relativi benefici che questo comportava.Questo sta ad indicare la volontà dell'imperatore di avvalersi di una forza d'élite efficace e fidata.
L'unità era divisa in Turmae di cento uomini ognuno con i propri graduati: un decurio, un duplicatvus, un sesqu plicatius, un signifer, un armorum custos ed un curato. Venivano generalmente addestrati come specialisti nel mestiere delle armi e spesso trasferiti come decurioni in altri reparti in modo che l'unità selezionata poteva seguire un vero e proprio "corso specializzato" all'interno della cavalleria romana. I tributi degli Equites erano persone di fiducia dell'imperatore e spesso raggiungevano la posizione di prefetto e pretorio, il secondo grado per importanza in tutto l'impero.
Gli Equites Singurales veneravano gli dei dello stato e dell'esercito romano e quelli dei loro paesi di origine sul Reno e sul Danubio nonche' gli dei particolari della truppa: Campestres (per le armi) ed Epona (per i cavalli).
Necropoli
Avevano la necropoli nell'area della proprietà imperiale "ad duas lauros" lungo la Via Labicana, già dal II sec. d.C., fu utilizzata dal II al IV secolo, quando il corpo fu sciolto. Dopo lo scioglimento la necropoli fu distrutta e su di essa venne edificato il Mausoleo di Elena madre di Costantino.
La distruzione del sepolcreto può essere stata una vendetta di Costantino nei confronti degli Equites che nella storica battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.) si erano schierati contro di lui con il suo avversario Massenzio, che era stato acclamato imperatore dai militari della guardia, equites e pretoriani in una villa al sesto miglio da Roma sulla Via Labicana (attuale Casilina).
Il campo "ad duas lauros" continuò ad essere usato per le esercitazioni militari.
Numerosi sono stati i ritrovamenti di iscrizioni riguardanti gli Equites nella regione ad duas lauros, ma le pietre tombali sparse in una vasta area lungo la via Labicana (attuale Casilina) non hanno consentito una precisa ubicazione del sepolcreto. Moltissime iscrizioni funerarie sono state ritrovate nel 1956 durante gli scavi della basilica costantiniana nelle fondamenta della stessa. E' stato perciò ipotizzato che la necropoli si trovasse nell'area del complesso costantiniano. Sui loro cippi funerari troviamo molto spesso raffigurate fra due maschere acroteriali, il banchetto funebre ed il soldato su un cavallo decorato con gualdrappa guidato mediante lunghe briglie da un uomo a piedi vestito di corta tunica, immagini che mostrano visioni dell'aldilà proprie dei Traci che ebbero grande influenza sugli Equites e sui cavalieri di altri paesi.
12:10 Scritto da: accettapensieri in archeologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
07/05/2010
le torri
Le Torri.
o Dislocate nel settore Est di quella che fu la campagna romana, servivano da difesa e da avvistamento ed erano sotto la giurisdizione dei baroni o degli enti ecclesiastici. Nel Medioevo, lungo la Via Prenestina e Casilina, vennero costruite torri con materiali preesistenti, basoli stradali, marmi, tufo, o riutilizzando edifici romani a pianta quadrata o circolare. Le torri merlate avevano una porta d'ingresso ben difesa che immetteva in una vasta sala a volta. Scale di legno, trasportabili, consentivano di salire ai piani superiori, dove strette feritoie permettevano l'ingresso di aria e luce e di rispondere agli attacchi nemici. La copertura a volta poteva resistere al peso dei massi lanciati dall'esterno. Oggi restano poche torri: ma, di alcune scomparse, sopravvivono i toponimi nelle strade e nelle località, come Tor Pignattara, Tor Vergata, Torre di Grotta Celoni, eccetera.
Due Torri
Si trovano al chilometro 19,5 della Via Casilina. La Torre ancora conservata è in scaglie di selce, proveniente dal lastricato romano. Qua e là sono inclusi qualche mattone e frammento di marmo bianco. Le mura perimetrali sono spesse e all'interno, sui due lati, ci sono finestre e feritoie. Il complesso nel XIV sec. apparteneva al monastero di S. Sebastiano che estendeva la sua proprietà sino a Torre di Casa Calda.
Torre dell'acquedotto Alessandrino
A metà strada tra la via Prenestina e Casilina, al chilometro 9 di quest'ultima, lungo le arcate dell'acquedotto Alessandrino, si erige una piccola torre del XII sec., alta circa 8 metri e costruita con tufelli e frammenti di calcare bianco. La sua struttura è alleggerita da finestrelle rettangolari e feritoie, la merlatura, invece, è del tutto scomparsa. Come alcuni resti in muratura ancora visibili fanno presupporre, la Torre era circondata da un piccolo muro di difesa ed era uno dei posti di guardia dell'acquedotto.
Tor de’ schiavi
A sinistra del viale di ingresso di via Prenestina del parco Gordiani (siamo al terzo miglio della via
Prenestina) si scorge un rudere che si innalza appuntito verso il cielo: è l'Aula Ottagonale , così detta per la forma poligonale ad 8 lati. L'edificio, del quale resta solo una metà, era illuminato da grandi occhi circolari.. L'edificio romano, probabilmente un ninfeo del III sec. a.C., era costituito da un tamburo ottagonale con l'attico forato da luci rotonde per l'illuminazione interna. La volta
rotonda a cupola, a sesto piano era stata costruita con anfore al fine di alleggerirne il peso Probabilmente era un luogo di riunione delle terme, dove tra palestre e biblioteche, i romani curavano il corpo e la mente. Nel medioevo vi fu innalzata una torre che ne seguiva il
perimetro con al centro un grosso pilastro cilindrico che, oltre a sostenere la volta stessa, serviva a sorreggere le scale che collegavano i vari piani. La torre ha per fondamenta un preesistente edificio
romano in laterizio, i resti della costruzione medievale sono in blocchetti di tufo frammiste a scaglie di marmo. Il sito fortificato fu utilizzato anche come accampamento militare; nel 1347 vi sostarono le truppe dei Colonna che si avvicinavano a Roma per combattere Cola di Rienzo.
Nel 1422 il monumento fu acquistato dai Colonna che poi lo cedettero nel 1457 al cardinale D. Capranica. Nel 1571 il proprietario risulta essere tale VincenzoRossi dello Schiavo e da questa famiglia discende la denominazione attuale di "Tor de' Schiavi
Torre di Casa Calda
All'interno, al chilometro 10 della Casilina, ancora oggi è possibile vedere i resti della Torre di Casa Calda,a pianta quadrata, costruita con tufelli, selce e frammenti di marmo. Tutta la struttura è compatta, con finestre su ogni lato. Sul lato settentrionale presenta una porta d'accesso con due scale in muratura, una delle quali unita ad un ponte mobile.
Torre di Centocelle
La incontri all'incrocio tra Via Casilina e Via P. Togliatti. In una zona oggi completamente urbanizzata, sulla destra della via Casilina, poco oltre il suo ottavo chilometro, svetta ancora su una leggera altura la medioevale Torre di Centocelle, o Torraccia, che deve il suo nome a numerosi ambienti di epoca romana, “cellae”, di cui la campagna circostante era disseminata. Nel Medioevo fu chiamata "Tor S.Giovanni" perché possesso della Basilica Lateranense.
Il nome "Centocelle", risale al 1523, quando passò in affitto alla famiglia Capranica, e deriva dalla presenza in zona dell'ipogeo, detto "Cellum Cellae" ( si tratta di sepolcri: colombario ).
La Torre, a pianta quadrata, fu eretta nel XII secolo con scaglie di selce, pezzi di tufo e frammenti di marmo bianco, è alta 25 metri e ha le finestre rettangolari contornate di travertino, disposte su quattro livelli, oltre a diversi ordini di fori per travature lignee. Già nel 1216 veniva ricordata in una bolla di papa Onorio III come: “ … turrim cum fundo et cum vineis in loco qui dicitur ad quartum, fundum Tabernule… “
Grazie alla sua posizione strategica e alla notevole altezza, la torre doveva riuscire a controllare gran parte della campagna compresa tra la Prenestina e la Tuscolana, e a vigilare sulla più importante viabilità a Est di Roma. Certamente era in contatto “semaforico” con le vicine vedette del Quadraro, di Monte del grano.
Torre Nova
Questo castello si erge al chilometro 12,500 della Casilina, sul lato destro. La Torre venne demolita 1961 perché pericolante. Per la sua forma rettangolare e la sua struttura in tufelli è databile al XIII sec.. Nei documenti del XIV sec. risultò come "Casale Alberutiis Bobinis", proprietà del Cardinale Napoleone Orsini. L'edificio, in seguito, subì vari passaggi di proprietà fino a che nel XVIII sec. divenne proprietà dei Borghese.
Tor Sapienza
Tor Sapienza, XII sec., una delle poche a strisce bianche e nere, ha la base quadrata con il lato di 15 metri circa e ciò fa pensare che fosse molto alta. Dopo vari passaggi, divenne proprietà dell'arcivescovo di Fermo Domenico Pantacato che l'affidò agli studenti dell'università di Perugia, detta "la Sapienza Vecchia", cui fu unita la "la Sapienza Nuova". La Torre si trova sull'omonima via, tra Prenestina e Collatina.
Torre Spaccata
Torre Spaccata occupava un’importante posizione strategica che permetteva un efficace controllo sulla Casilina (Labicana) e Tuscolana. Il nome di Tor Spaccata compare solo dal XVII secolo come si evince dalle carte e probabilmente è da mettere in relazione allo stato di rovina in cui versava la costruzione. La base quadrangolare misura mt. 8 di lato, è costruita mediante l’impiego di tufelli o piccoli blocchi parallelepipedi di tufo alternati a file di laterizi che appartengono alla fase costruttiva delle strutture medievali relative ai sec. IX e X . Rifacimenti e restauri furono eseguiti nei secoli successivi (dal XII al XIV sec.) e portarono alla realizzazione delle pareti della torre in blocchetti di tufo e dove vi era bisogno , murature di contenimento eseguite con materiali di recupero antichi e scaglie di selce. Le rovine che oggi non superano i 6 m. di altezza e conservano alla base i resti di un sepolcro romano in laterizio e più precisamente un colombario di età antonina II sec. d.C. ancora ben conservato, mentre nel terreno circostante sono sparsi i resti di una grande villa romana che si estendeva nelle vicinanze e che in parte è stata individuata nel corso di uno scavo d’emergenza effettuato dalla Soprintendenza archeologica di Roma. Sui resti del complesso funerario romano si sono sovrapposti resti che vanno dal tardo antico all’epoca bizantina al medio evo quando nel XIV sec. e più precisamente nel 1369 la tenuta del Casale Palazzetto di cui faceva parte la torre fu venduta dal canonico Lateranense Lorenzo Angeleri al monastero di Sant’Eufemia; da allora il casale compare con il nome di Palaczectum S. Heufemie che passò alla fine del medio evo, alla famiglia degli Astalli e da questi successivamente alla famiglia dei Della Valle.
In origine la Torre era circondata da un muro di difesa, oggi pressoché scomparso, ma visibile ancora dalle carte seicentesche del Catasto di papa Alessandro VII (XVII sec. d.C.). Probabilmente era collegata ad altri edifici medioevali, di cui furono notate alcune strutture e volte crollate, demolite tutte nel 1966, per realizzare una trincea di un collettore fognario.
Tor Tre Teste
Tor Tre Teste, XII sec., è stata dimezzata da un crollo nel 1951 quando crollò tutta la parete
settentrionale della torre e, nel 1972 parte della facciata, su cui era presente una lapide murata
con una iscrizione che attestava l'appartenenza della torre alla Basilica Lateranense in epoca
medioevale.
... SCI LOCVS ISTE IOHIS
... BIT HUC ANATHEMA FERIT
Edificata su ruderi antichi, prende nome da un bassorilievo murato sul lato della chiesetta
costruitale accanto. della Torre, ricorda che il monumento apparteneva alla basilica di S. Giovanni
in Laterano. La Torre si trova sulla Via Prenestina, poco dopo l'incrocio con via Tor Sapienza. La zona prende il nome da un bassorilievo in travertino raffigurante tre teste di cui una femminile velata, posto sulla facciata di una chiesetta seicentesca, circa al 9° chilometro della via Prenestina. La chiesetta si trova addossata ad una torre, innalzata con funzione giurisdizionale.
I resti di una villa di età imperiale vennero distrutti, nel 1966, per la costruzione di un insediamento industriale, come anche venne parzialmente demolito un sepolcro a tempietto, tra il 1964 e il 1967.
11:02 Scritto da: accettapensieri in archeologia | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
| OKNOtizie |
Facebook


